19 Dicembre, 2005 - da: Br. Peter IORLANO - Bethlehem University

Ieri sera sono passato attraverso il checkpoint che si apre nel Muro di cemento costruito dal governo israeliano intorno a Betlemme. C'è un nuovo cartello all'ingresso che annuncia: “Benvenuti a Gerusalemme”. E' chiaro a chiunque sia stato qui, anche per un breve periodo di tempo, che Gerusalemme è cresciuta a spese di Betlemme e che lo stato di Israele si è esteso a spese della Cisgiordania, dal momento che Israele rivendica la propria autorità su territori sempre più ampi in nome della sicurezza nazionale. Poco più di un anno fa il Muro non aveva ancora avviluppato e imprigionato gli abitanti di Betlemme.

La razionale giustificazione del Muro sembra semplice, in superficie: sicurezza. Ma sotto la patina della sicurezza le cose sono più complicate: le ragioni sono politiche, economiche, religiose e ideologiche, sono globali. Per me il Muro è diventato simbolo degli oscuri cicli storici della crudeltà dell'uomo verso i suoi simili. Non posso guardare il Muro senza pensare a come furono trattati gli ebrei nell'Europa occupata dal nazismo, a come furono trattati gli africani e i nativi nella storia delle Americhe, a come furono trattati gli indigeni d'Australia... e così via.

Vivendo a Betlemme, la città del Principe della Pace, questi pensieri affiorano particolarmente intensi. L'avvento è la stagione della promessa e della speranza: la luce saprà fugare l'oscurità, e i più ricchi di umanità sapranno brillare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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