23 gennaio , 2006 - da: Marta MANCINI

Un Muro troppo alto e troppo spesso per non essere destinato a crollare, un giorno, con tanto fragore e vergogna per chi l'ha costruito…

Il Muro provocherebbe le stesse reazioni di fondo a chiunque lo vivesse giorno dopo giorno - europeo, israeliano o palestinese - se solo si abbandonasse la vuota retorica della sicurezza. Non si può essere così miopi da fermarsi a guardare le cifre in calo degli attentati nel corso degli ultimi due anni: a lungo termine, cosa provocheranno tutta la frustrazione e la rabbia accumulate in una popolazione rinchiusa in ghetti - e mi permetto di impiegare questa parola solo perché l'ha usata a questo proposito un sopravvissuto ad Auschwitz, Hajo Meyer - sommate a tutte le altre insensatezze e ingiustizie che continuano da decenni?

Il Muro a Qalqilya è mostruoso, costeggiarlo fa accapponare la pelle: alto 9 metri, passa letteralmente attraverso le case, separa villaggi e famiglie, distrugge l'economia locale: diversi mercati, luoghi di scambio sociale, oltre che commerciale, sono stati rasi al suolo. Il Muro lascia senza lavoro e sul lastrico migliaia di persone che alla fine, esasperate e frustrate, non possono che emigrare più a est. Dall'altra parte, gli israeliani che sfrecciano sull'autostrada adiacente vedono solo un terrapieno ricoperto di graziose aiuole: furba tecnica di dissimulazione del Governo. Nei villaggi intorno a Qalqilya se ne sentono di tutti i colori: le donne che, una volta sposate, si trasferiscono nel paese del marito, non possono più incontrare i loro genitori perché sono rimasti al di là del Muro; altri non possono visitare le tombe dei familiari perché il cimitero è dall'altra parte.

Le colline intorno a Gerusalemme continuano a essere sventrate dalla colata di cemento che avanza senza sosta, nonostante i graffitisti provenienti da tutto il mondo che continuano a colorare quel grigio tetro con messaggi di speranza. Centinaia di ulivi secolari, che rendono il paesaggio quasi commovente, continuano a essere abbattuti. Vedere i loro mozziconi di tronco fa veramente venire voglia di piangere e di urlare in faccia a chi li ha spezzati come diavolo si può compiere un gesto simile, quando si proclama di adorare questa terra antica.

Le chiusure e i check-point disseminati per tutta la West Bank logorano giorno dopo giorno in attese estenuanti, che bloccano sul nascere ogni forma di cosiddetto sviluppo economico.

Tra agosto e novembre 2005 anche io, come tanti palestinesi, sono andata tutti i giorni da Gerusalemme a Ramallah per lavorare, visto che il mio ufficio si trovava lì. Tra le due città ci saranno circa 15 km: 20 minuti di strada in condizioni normali. Ora, però, l'area di Gerusalemme est è circondata dal Muro, così che per uscire in direzione di Ramallah bisogna passare attraverso un check point, dotato di torrette di guardia. Lo scenario è indescrivibile. File interminabili di macchine, autobus e taxi rimangono invariabilmente imbottigliate a partire dalle prime ore del mattino, con clacson che suonano all'impazzata senza neanche sperare che prima o poi il tappo si sblocchi. Il passaggio è così stretto che ogni volta si rimane esterrefatti quando, a un certo punto, gli autisti risolvono degli ingarbugliamenti inimmaginabili perfino nella Milano delle ore di punta.

Tantissimi pendolari devono passare tutte le mattine e tutte le sere per il famigerato controllo dei passaporti del Qalandia check point, sperando di non incontrare qualche soldato che abbia lo schiribizzo di tenerlo lì per qualche ora. È così umiliante sentirsi in balia di ragazzini di 18 anni, inseparabili dal loro fucile anche con gli abiti civili. È una trafila estenuante: tu sei in regola, hai tutti i documenti che le autorità israeliane ti hanno dato, ma i soldati, spesso, cercano comunque di intimorirti, di farti sentire a rischio di espulsione o di ritiro della carta d'identità, che in Palestina significa la fine di una vita civile.

Mentre sei lì in fila, ti guardi intorno e vedi ovunque agglomerati di case tutte uguali, bianche coi tetti rossi, in crescita inarrestabile: sono colonie, immancabilmente arroccate sulla cima delle colline della zona.

Il tempo passa, ma tu e i tuoi colleghi siete ancora sul pulmino, fermi ad aspettare. Intorno un gran polverone, un gran imprecare... “Ma possibile che 'sta strada prenda un'ora e mezza, due ore, invece di 20 minuti? Ma PERCHE'???” E aspetta. Finalmente passi. Arrivi a casa e sei stravolto. Non hai fatto niente, hai solo aspettato seduto su un pulmino, o in fila a piedi. Ti sei incazzato perché non ha senso, perché è mostruoso, perché non puoi farci niente. E anche oggi ti sei fatto la tua dose di Muro, i tuoi occhi hanno assorbito la loro dose quotidiana di barriera di cemento, l'hai vista tagliare in due una strada in piena città, l'hai vista alzarsi a pochi metri dalle finestre della casa della tua amica. L'hai vista uguale ad altre cortine abbattute 15 anni fa, con la promessa che quelle sarebbero state le ultime.

Il conflitto consumato dagli anni, vecchio ma non stanco di bruciare, ti penetra nella pelle, nel sonno, nei dubbi e nelle angosce che non ti abbandonano mai. Rabbia, dolore, impotenza ti assillano ogni giorno. È maledettamente difficile mantenere un proprio equilibrio psicologico in una situazione in cui ogni logica è stata scardinata.

Io e le mie compagne ci meravigliavamo di come i nostri vicini di casa, per esempio, mantenessero un ritmo di vita “normale”: è una parola che stona rispetto a tutto il contorno. Eppure, cara grazia che la normalità riesce ad aprirsi qualche varco nell'insensatezza generale! Forse, una speranza c'è ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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