17 Febbraio, 2006 - da: Andrea MERLI

Peace be with you. Altre quattro parole scritte sul Muro, a pochi metri dal graffito di Un Muro non basta. Ma dall'altro lato. I colori sono pochi, amaramente vivaci, stampati con ordine sull'enorme telone bianco che è stato appeso ai blocchi di cemento del check-point 300, il nuovo cancello della Grande Gerusalemme. Firmate dal Ministero Israeliano del Turismo, salutano beffarde chi entra a Betlemme, in quel che rimane dei Territori Palestinesi.

Peace be with you, la pace sia con te, turista o pellegrino, operatore umanitario o giornalista che tu sia. La scritta in inglese si legge bene, così come quella in ebraico, mentre quella in arabo, la più bassa, è seminascosta da un cumulo di detriti. Ma non importa. Perché non si rivolgono ai lavoratori palestinesi che cercano di raggiungere Gerusalemme, quelle parole. Loro non passano più da lì, preferiscono attraversare il posto di blocco di Beit Jala, almeno finché resta aperto. Meglio allungare un po' la strada ed evitare di alzare gli occhi su quell'augurio che suona come un insulto.

E' strano incontrare parole colorate sul lato occidentale del Muro. Spesso, questo lato è protetto da piste di pattugliamento, recinzioni metalliche e matasse di filo spinato. E invece, dietro il capannone di quello che ieri si chiamava check-point e che oggi è diventato un Terminal, ecco la vistosa eccezione. Peace be with you . Non è facile indirizzare la sorpresa verso una sensazione precisa, definita. Non è facile decidere quale sia la reazione più appropriata di fronte a quelle parole, parole così grandi e importanti che si scambiano in chiesa, accompagnate da una stretta di mano che si vuole sincera.

Lo sguardo abbraccia la scritta per qualche istante, mette a fuoco le diverse lettere, esita, si ferma. A poco a poco, le parole trovano il loro significato... Ma il senso? Che cosa ci fanno parole del genere, nitide e pulite nei loro caratteri a stampa, sopra un Muro che apre nella terra una ferita profonda? Perché sono andate a finire proprio lì, su quella Barriera che parla di confische territoriali, famiglie divise e diritti negati? Quali sono le intenzioni di chi le ha scelte, in un ufficio lontano da qui? Domande che affollano i pensieri, senza risposta, mentre i soldati di guardia fanno segno di avviarsi verso l'uscita. E loro, che lavorano ogni giorno accanto a quelle parole, chissà se trovano il tempo, o la voglia, di guardarle. E di leggerle. E di chiedersi le stesse domande.

Peace be with you. Parole bizzarre, inappropriate, offensive, coraggiose. Possono trovare la compagnia di qualunque aggettivo. Ma, in fondo, non riescono a liberarsi del sospetto di trovarsi nel posto sbagliato. Qualcuno le trova inquietanti come quelle apparse su altri cancelli, in tempi e luoghi di sinistra memoria. Altri le guardano un po' intimoriti, prima di accingersi nell'impresa di valicare il Muro per avventurarsi nella spaventosa terra del caos. Altri ancora, senza troppo esitare, pensano all'epitaffio di una lapide di cemento. L'ingenuità – la buona fede? – di chi le accetta per quello che vorrebbero essere, appartiene a pochi. E così, in fondo, prendono il sapore plastificato di un grande pannello pubblicitario, maldestro ambasciatore di valori dai piedi d'argilla.

Dov'è la pace, senza giustizia? Come può conciliarsi l'ambizione di difendere la prima con la pretesa di negare la seconda?

Sono apparse a fine Dicembre, quelle parole, ultimo ritocco all'arredamento del Terminal. Forse, il motivo della loro presenza è solo quello di rendere più gradevole l'attraversamento del nuovo check-point, aperto il 15 Novembre come messaggio d'auguri nel giorno della festa d'indipendenza palestinese.

Ce ne sono altre di parole cariche di buone intenzioni, ma che hanno un sapore difficile da apprezzare nel labirinto di porte girevoli, metal detector e reti metalliche. Have a safe and pleasant transit , per esempio, è la scritta stampata in fondo al cartello giallo che descrive le procedure di passaggio. In pochi si prendono la briga di leggerle, tanto le procedure si imparano mentre si cammina all'interno della scatola cinese del check-point, come criceti. E poi, spesso, cambiano da un giorno all'altro. Può succedere di attraversare in pochi minuti, oppure di restare imbottigliati nella coda di un gruppo di anziani turisti, fatti scendere dal pullman per i controlli personali, uno per uno.

Ma probabilmente, le parole più amare sono quelle in apparenza più innocue, scritte sopra un cartello verde all'uscita di Betlemme: Welcome to Jerusalem . Sono loro il segno più chiaro, esplicito e definitivo della nuova linea di confine, una linea arbitraria, tracciata a senso unico. Benvenuti nella Grande Gerusalemme, unica e indivisibile capitale di Israele. Che la Città Vecchia ed il quartiere Est si trovino circa otto chilometri più avanti, poco importa. La sentenza dei blocchi di cemento non si discute, diversamente dal parere della Corte dell'Aja.

Ma non c'è tempo di fermarsi a pensare, bisogna andare oltre. Ecco la prima porta girevole, il primo cancello. Poi, l'ampio piazzale da attraversare. Altra porta girevole, il passaporto da mostrare al soldato, un cenno, una luce verde che si accende. Ancora una porta girevole e poi un lungo corridoio a serpentina che introduce nel capannone del check-point. Qual è il cancello aperto, oggi? Il terzo, quello in fondo. Una breve attesa, una voce metallica che pronuncia parole incomprensibili. Oltre la prossima porta girevole, ecco il metal detector e il nastro trasportatore della macchina a raggi X. Borsa, giubbotto, chiavi, telefono... a volte anche le scarpe e la cintura finiscono sul nastro. Il metal detector non si lamenta. Si può attraversare anche la prossima porta girevole e raggiungere il punto di controllo passaporti. Oltre il vetro, il volto annoiato di una ragazza che guarda i colori fluorescenti del suo telefonino. Porta l'uniforme, i capelli sciolti, le unghie laccate. La copertina rossa del passaporto può bastare. Uno scatto e l'ultima ruota girevole si sblocca.

La strada verso la Grande Gerusalemme, finalmente, è aperta. Ma c'è ancora un corridoio da attraversare, c'è ancora il tempo di leggere qualche parola, sui manifesti turistici appesi alle pareti. Scorrono le immagini colorate di Akko e Nazareth, poi quelle di Haifa e di Gerusalemme... prima dell'ultimo, straordinario messaggio: Have faith in Israel. Dopo la pace, ecco la fede. Che innalza e che impregna, che illumina e che stordisce.

Parole insolite da incrociare in un check-point. Oppure no. Forse, quelle parole hanno semplicemente trovato il loro posto in mezzo ai tanti, stridenti contrasti di questa terra. Una terra fatta di olivi e fucili, di tuniche bianche e tute mimetiche, di campanili, candelabri e minareti, di pietre sacre e di sassi di strada.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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