11 maggio , 2006 - da: Agostino SOMMARIVA

Le pareti della prigione - Ho passato in Palestina tre mesi come volontario, nella cittadina di Beit Jala vicino a Betlemme. Appena arrivato nei Territori Occupati, il tassista che era venuto a prendermi all'aeroporto mi ha subito segnalato la presenza del Muro. In quel momento, non sapevo molto al riguardo. Data l'oscurità non avevo bene percepito la sua presenza, anche se mi aveva subito impressionato per l'altezza. In quel momento ero comunque concentrato sull'esperienza che mi accingevo a fare e me ne andai a dormire senza prestargli troppa attenzione. Quando mi alzai il giorno seguente e osservai il paesaggio dalla finestra, quello che mi colpì all'istante fu proprio lui: il Muro. Mi resi conto, vedendolo dall'alto snodarsi tra le case, dividendo e squarciando l'ambiente, quale fosse il suo impatto. Nei giorni seguenti ebbi la possibilità di vederlo da vicino in tutta la sua inquietante dimensione e potenza, ascoltare le storie delle persone che improvvisamente avevano visto la propria terra, il proprio giardino attraversati da questo mostro. Immaginate di alzarvi una mattina e di trovare un muro di nove metri insinuarsi nella vostra proprietà e collocare parenti e amici, che prima erano a pochi metri da voi, a molti chilometri o addirittura impossibilitarvi dal visitarli a causa di una frontiera per voi invalicabile.

Avevo diciotto anni quando assistevo in TV all'abbattimento del muro di Berlino. Ricordo che, guardando quelle immagini di persone che si abbracciavano, pensavo, nella mia innocenza di adolescente sognatore, che una nuova era stesse cominciando, un'epoca senza barriere di divisione tra i popoli ed in cui a nessuno potesse essere impedito di abbracciare coloro ai quali vuole bene.

La Palestina fino ad oggi era una prigione a cielo aperto, mancavano solo le pareti. Il muro sta colmando questa lacuna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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